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VERBANIA – 19.12.2017 – Il rigurgito di terrorismo

che ha colpito l’Europa – da Parigi a Berlino, da Londra a Bruxelles passando per Copenhagen – negli ultimi tre anni ha sinora lasciato indenne l’Italia. Tra i motivi c’è anche un sistema di controllo, di investigazione e di repressione che funziona. Tra coloro che hanno fatto parte di questo meccanismo c’è Donatella Banci Buonamici, da pochi mesi presidente della sezione penale del Tribunale di Verbania ma a Milano, come gip, il primo magistrato – nel 2016 – a decidere una condanna per terrorismo a carico di un gruppo di persone alcune delle quali partite come foreign fighters. “Ricordo ancora che la sera prima dell’udienza ascoltai con le cuffie le loro intercettazioni telefoniche e avvertii una sensazione di terrore. Questo è un fenomeno psicosociale”, ha raccontato al convegno di sabato su social media e jihad: “In Italia abbiamo una legge mutuata dal terrorismo interno degli Anni di piombo aggiornata nel 2001 con una legislazione d’urgenza: siamo preparati e anche bravi”. La legge, che permette anche espulsioni preventive, vive di un sottile equilibrio tra condotte lecite e non lecite. “Non basta scaricare da internet materiale di propaganda per essere terroristi – ha chiarito –. Ma se poi ti addestri o prenoti un viaggio all’estero per aggregarti alle milizie allora il discorso cambia”.

Al di là della legislazione, ciò che funziona è la struttura. “In ogni Regione c’è una Procura distrettuale antimafia e antiterrorismo – ha spiegato Enrico Pavone, sostituto procuratore che fa parte del pool di Milano che ha indagato, tra l’altro, la bavenese Wafa Koraichi –. Poi ci sono reparti specializzati come il Ros dei carabinieri o la Digos”. I metodi di indagine sono quelli consueti. “Un’indagine si apre quando c’è una notizia di reato, che può venire dal monitoraggio dei siti internet o dei social network, da segnalazioni provenienti dal territorio o dai servizi segreti. A quel punto ci si concentra sulle persone e molto importanti sono le intercettazioni ambientali”.

Il terrorista che colpisce in Europa è stato, finora, un cosiddetto lupo solitario. “Le organizzazioni estremiste danno gli input, invitando a investire la gente, usare il veleno, a compiere azioni singole… ma non c’è una rete globale – ha aggiunto –. Ciò che manca all’Europa per difendersi è un coordinamento internazionale e misure uguali in ogni paese”. Sia Pavone, sia Banci Buonamici – ma al convegno, moderato dall’avvocato Patrick Rabaini, era presente anche Alessandra Simion, il giudice che ha condannato Koraichi in primo grado – hanno respinto l’accostamento immigrazione=terrorismo. “I fatti lo smentiscono decisamente”, ha dichiarato Pavone, che ha ammesso come la fine del Califfato in Medio Oriente, se arriverà, sposterà il problema in Europa. “Il carcere in certi casi accentua la radicalizzazione – ha concluso Banci Buonamici –. Sui flussi migratori voglio essere chiara: il fenomeno non si può bloccare e va regolato. Oggi come oggi impedendo ai migranti di partire o rimandandoli in Libia è come se concorressimo alla  loro schiavitù”.

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