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jihad s media

VERBANIA – 19.12.2017 – L’Isis è una macchina da propaganda,

che lancia messaggi tutto il giorno e tutti i giorni a tutto il mondo. Dai video su youtube agli spot su twitter e sugli altri social network, l’autoproclamato stato islamico che ha preso piede negli ultimi anni tra Siria e Iraq e che sta lentamente ridimensionandosi dietro pesanti offensive militari, è un fenomeno tutt’altro che irrilevante. A raccontarlo, sabato al convegno “L’uso dei social media nella propaganda jihadista” organizzato dall’Ordine dei giornalisti al teatro “Maggiore” di Verbania è stato Matteo Colombo, giovane giornalista di Milano, ricercatore ed esperto di Medio Oriente per l’Ispi – Istituto per gli studi di politica internazionale. Colombo, che è stato sul campo e che ha frequentato anche master universitari nel mondo arabo, ha sfatato alcuni luoghi comuni. “L’immagine che viene restituita a noi occidentali, cioè quella del guerrigliero mascherato, è solo il 10% della propaganda dell’Isis, la prima entità al mondo e nella storia che s’è dedicata scientificamente alla propaganda”, ha detto spiegando che, in realtà, solo una parte delle vittime della jihad è cristiana: “Il 20% dei morti ogni anno, anche se gli attentati in Europa sono molto più ‘forti’ nell’opinione pubblica”.

Il piano propagandistico dell’Isis sfrutta le nuove tecnologie, anche per sfuggire a controlli e censure, e ha più obiettivi. “ll primo è locale, accreditarsi cioè agli occhi dei cittadini come uno stato vero e proprio, che distribuisce cibo a chi non ne ha, che apre alberghi, rilascia carte d’identità e, perfino, stampa le targhe ai veicoli”. Rassicurare la popolazione e portarla dalla propria parte mostrando il volto di una società che funziona sono lo scopo di video dimostrativi realizzati professionalmente. Un secondo livello di comunicazione mira alla controinformazione e a reclutare nuovi militanti; un terzo a incutere terrore nel mondo occidentale e ad armare la mano di possibili kamikaze. “Che vengono contattati anche tramite whatsapp e telegram, secondo canali difficili da intercettare”. Il terrorismo jihadista si alimenta anche dei cosiddetti “video del terrore”, come quello celebre del “pilota giordano”, che ritrae il momento in cui un pilota di caccia giordano catturato dallo stato islamico viene arso vivo e giustiziato. Vestito con un abito simile a quello dei detenuti di Guantanamo, sfila di fronte ai jihadisti per la punizione che attende chi ha bombardato i civili. La musica, le inquadrature, la vividezza delle immagini sono studiate per creare il pathos e per suscitare sentimenti forti.

“Oggi la realtà cambia in fretta – ha concluso –; l’Isis è sotto pressione militare e in forte declino, così la sua propaganda si adegua, cambiando la sua narrativa, che non riconosce la sconfitta ma che invita a guardare alla lunga battaglia che attende la jihad”.

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