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BELLINZONA - 18-04-2022 -- Reati economici, sessuali o reputazionali messi a segno con sistemi informatici. È questa la definizione di cybercriminalità, un fenomeno in grande espansione in tutto il mondo e che la pandemia, limitando gli spostamenti fisici delle persone, ha amplificato ovunque. Anche in Svizzera e nel vicino Canton Ticino, repubblica che, proprio di fronte all’incedere di queste condotte criminali, dal 2020 ha attivato un monitoraggio statistico. Affidato alla divisione Sati – Sezione analisi tracce informatiche della polizia cantonale, rivela come il fenomeno sia in rapida espansione. Dai 237 reati denunciati nel 2020 s’è passati ai 338 del 2021, un incremento percentuali pari a quasi 43 punti. I tre quarti dei delitti appartengono all’ambito della cybercriminalità economica, che l’anno scorso ha contato 255 casi (160 nel 2020, il 59% in meno). Ci sono state 65 denunce per crimini riconducibili alla sfera sessuale, e 18 (in calo) per diffamazione o comportamento sleale.

Per contrastarli la polizia cantonale ha portato avanti 36 inchieste, effettuato 72 perquisizioni, svolto 1.095 analisi informatiche forensi, scoprendo che il reato più comune è la truffa Bec. Acronimo di Business email compromise, è quello che in Italia si chiama “man in the middle”. Il criminale “buca” una casella di posta elettronica, spesso aziendale, e sostituisce documenti contabili e fiscali con altri nei quali sono state alterate le coordinate bancarie. In questo modo il pagamento viene dirottato altrove, con un danno per entrambe le parti. Nove i casi accaduti l’anno scorso, per un danno di 550.000 franchi.

Dietro le truffe Bec ci sono gli attacchi ransomware, durante i quali viene hackerato il sistema di un’azienda e sequestrati i dati informatici, da liberare previo riscatto da pagare in criptovalute.

 


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