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modusow

OLEGGIO C. - 25-11-2021 -- Vent’anni dopo, il caso è chiuso. Sono di Mohammed Sow, il 27enne operaio senegalese scomparso nel 2001, i resti umani rinvenuti casualmente da un escursionista lo scorso 14 aprile nei boschi di Oleggio Castello. Il teschio affiorato dal terreno fu scoperto in regione Ceserio, non lontano dall’A26 e dalla zona industriale di Paruzzaro.

La Pulimetal, l’azienda di pulitura metalli in cui lavorava, fu l’ultimo posto certo in cui “Modu”, come era soprannominato, venne visto in vita. Era il 16 maggio del 2001. Le indagini della Procura di Verbania puntarono subito sul titolare dell’azienda e su un suo dipendente. Tracce di sangue rinvenute in fabbrica e testimonianze portarono gli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore di Verbania Fabrizio Argentieri, a indagarli per omicidio e occultamento di cadavere.

Fu l’inizio di un lungo iter processuale concluso con l’assoluzione definitiva, giunta dopo 7 processi. Assolti in primo grado dalla Corte d’Assise di Novara nel 2005, furono condannati a 16 anni per omicidio preterintenzionale in Appello, annullati nel 2010 dalla Cassazione. Per altre due volte il processo era tornato indietro da Roma e Torino e, al terzo Appello, era giunta l’assoluzione poi confermata dagli Ermellini, cui s’era appellato il procuratore generale di Torino, nel 2015.

Sui procedimenti penali molto aveva pensato l’assenza del cadavere e le supposte lesioni. Ora che il corpo è stato ritrovato e che i medici legali hanno confermato la morte violenta, nulla cambia perché per il principio del ne bis in idem, nessun processo può essere celebrato una seconda volta dopo che vi è stata sentenza definitiva.

Al di là di tutto, oggi finalmente si può accertare una verità storica. Mohammed Sow, in nome del quale nel Vergante c’erano stati appelli e mobilitazioni, venne ucciso nella primavera di venti anni fa. Lo confermano i resti e le lesioni multiple al cranio già ipotizzate dagli inquirenti in fase di indagini.

A dare un nome a quel teschio è stato il laboratorio di Antropologia e odontologia forense dell’Università di Milano che ha potuto confrontare la dentatura con una radiografia cui il giovane era stato sottoposto a fine anni ‘90 dopo un incidente stradale. La lastra, conservata all’ospedale di Borgomanero e acquisita dai carabinieri in primavera, è stata decisiva per chiudere questo cold case.

 

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