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tribunale 16

VERBANIA – 06.10.2019 – “Sono stato preso

in una ragnatela tessuta intorno a me...”. È il contrattacco, il racconto di una vicenda nella quale si sente vittima, la difesa di Giuseppe Nasini. L'imprenditore verbanese, 56 anni, è uno dei sette imputati nel processo per la bancarotta dell'Ossolana. È l'unico, insieme a Luigi Morelli, ad aver scelto il dibattimento. La Procura gli contesta 38 capi d'imputazione, che sono da mesi oggetto di confronto in aula tra le parti. In settimana s'è tenuta l'ultima udienza del dibattimento, quella in cui Nasini ha testimoniato, fornendo la propria versione dei fatti. Rispondendo alle domande del suo avvocato, Fabrizio Busignani, ha ricostruito l'ingresso nelle società della famiglia Morelli, prima come manager, poi come socio di capitale e amministratore delegato e, in ultimo -nel periodo che l'accusa sostiene l'abbia visto amministratore occulto che s'avvaleva, insieme agli altri soci, di accomodanti “teste di legno”- come semplice dirigente. “Ero manager commerciale alle acciaierie di Dalmine, nel '99 volli avvicinarmi a casa e fui assunto con la paga base dei dirigenti: 6.000 euro netti al mese”, ha detto iniziando la ricostruzione di tre lustri interrotti con il fallimento dell'Ossolana, nel 2015. “Nel 2011 venne meno la fiducia nella famiglia Morelli – ha spiegato – perché venni truffato dalla sorella, che denunciai e con la quale chiudemmo un accordo di transazione. Da allora il rapporto s'è incrinato. Mi dimisi da amministratore delegato in luglio e nel 2012 mi offrii di cedere gratuitamente le mie quote nelle sette società in cui ero entrato in cambio delle garanzie del posto di lavoro. Non mi hanno mai risposto...”.

Il 2012 è l'anno del primo (di tre consecutivi) bilancio della società manipolato, quello per cui oggi si celebra il proceso. Nasini, che ha ammesso che non vi siano state le assemblee dei soci per l'approvazione, ha detto di non saperne nulla, di non essersene interessato, chiamando in causa anche il commercialista dell'epoca, la cui posizione –ha rivelato il pm Gianluca Periani– è stata archiviata. “C'è un'intercettazione che parla chiaro”, ha commentato l'imputato, che ha ribattuto, una a una, alle accuse contestategli: sui bilanci, sui Durc artefatti (mai fatti, ce n'è uno nel mio pc perché lo ricevetti per e-mail in copia), sugli ammanchi di cassa (li facevano i Morelli, gravavano sulla società per 500.000 euro l'anno, coi soldi dell'Ossolana pagavano le loro spese), sull'assunzione fittizia della moglie (era un accordo: prendeva i soldi che avrei preso io e non costava nulla in più alla societò) e sulla circostanza secondo cui avrebbe detto ai dipendenti di dire alla Guardia di finanza che i veri amministratori erano le teste di legno (mai detto, non ne avevo motivo). Al collegio guidicante ha spiegato che, nei momenti di difficoltà, aveva “staccato la spina” dai problemi degli amministratori, occupandosi solo del suo lavoro: reperire commesse. E, accortosi dei buchi nei conti e della contabilità che non tornava, aveva iniziato a raccogliere elementi confidandosi con l'avvocato di allora, che non l'avrebbe ben assistito respingendo, per esempio, la sua richiesta di farsi ascoltare in fase di indagine.

L'avvocato Patrich Rabaini, legale per conto del curatore fallimentare, l'ha incalzato su una donazione di 900.000 euro che, nel periodo della dichiarazione del fallimento, avrebbe effettuato a favore del figlio. Fatto non negato, tanto che ha confermato che il denaro è ancora nella sua disponibilità.

Con la deposizione di Nasini s'è chiusa la sfilata dei testi. Si torna in aula il 14 gennaio per la requisitoria del pm e le richieste delle parti civili (oltre al fallimento è costituita l'Agenzia delle Entrate). Il 28 parleranno le difese.

 

 

 

 

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