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ROMA – 11.01.2018 – E se l’imputato fosse innocente?

È il dubbio sulla colpevolezza di Stefano Binda, imputato d’omicidio, l’ultima novità del “caso” Macchi, una delle vicende di cronaca nera e giudiziaria più discusse degli ultimi trent’anni, un cold case che al tribunale di Varese s’avvia verso la sentenza di primo grado. Un caso che ha riflessi verbanesi discussi oggi in televisione. Nella puntata odierna dei “Fatti vostri”, su Rai Due, sono stati ospiti l’ex ispettore di polizia di Verbania Fortunato Marcovicchio e il giornalista del quotidiano “La Prealpina” – già vicecaposervizio dell’edizione Vco – Mario Visco. A Giancarlo Magalli hanno riassunto il contenuto dell’articolo pubblicato sull’edizione di domenica del giornale varesino in cui si ipotizza una diversa versione, cioè che l’assassino non fosse un conoscente della vittima.

I fatti sono noti. Nel gennaio del 1987 la ventunenne Lidia, studentessa di Giurisprudenza di Varese, fu trovata morta, uccisa a coltellate dopo aver subito violenza, nei boschi del Sass Pinin, una collina sovrastante Cittiglio. Le indagini avviate nell’immediatezza non portarono ad alcuna conclusione e il colpevole restò sconosciuto. Nell’ultimo lustro, però, hanno ripreso vigore e due anni fa hanno portato all’arresto di un sospettato. È Stefano Binda, amico di Lidia e comune frequentatore degli ambienti ciellini, sul quale i sospetti si sono indirizzati per una poesia fatta recapitare alla famiglia Macchi il giorno del funerale e riconosciuta da una conoscente di Binda come sua. Da lì gli inquirenti hanno scavato nella vita dell’indagato che, arrestato, è stato imputato e ora è a processo.

Secondo Marcovicchio, tecnico della polizia scientifica e esperto grafologo, quella poesia non è ascrivibile a Binda. “Quando vidi quello scritto in tv, alla trasmissione ‘Quarto grado’ feci alcuni approfondimenti e consultando il materiale reperibile in rete, conclusi che la mano era un’altra”, ha raccontato l’ex ispettore, che nel gennaio dell’’87 era in servizio a Varese e che partecipò all’esame esterno del corpo della vittima prima d’essere trasferito a Verbania pochi giorni dopo. “Un caso, quello di Lidia Macchi, che in tutti questi anni ho sempre seguito a distanza, pur non conoscendo gli atti di indagine e i documenti”, ha detto trasmettendo al giornalista queste osservazioni. Visco scrisse un primo articolo già un anno fa e ora l’ha ripreso dopo la notizia che l’esame dei capelli trovati sul corpo della studentessa riesumato di recente, non sono dell’imputato. “Quantomeno esiste un dubbio – ha sostenuto il giornalista in tv – e ci sono alcune discrasie nelle indagini. Un dubbio che deve essere fugato”.

In collegamento con lo studio romano della Rai – gli avvocati dell’imputato non hanno raccolto l’invito a presenziare – c’era Daniele Pizzi, legale della famiglia Macchi, costituita parte civile nel processo. ”Le analisi grafologiche si fanno sugli originali – ha ribattuto – e non sulle fotocopie. E, poi, ci sono altre prove a carico di Binda, compresi scritti in cui si autoaccusa”. Pizzi ha attaccato soprattutto il giornalista, rivelando che in un’intercettazione telefonica successiva all’arresto dell’imputato, avrebbe espresso fin da subito il convincimento che Binda fosse innocente.

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