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VERBANIA - 28-06-2020 -- Trent’anni in consolle,

con le cuffie e davanti al microfono. Il 28 giugno del 1990, negli studi di Radio Val del lago, un giovane maturando fece la sua prima trasmissione in diretta. Piero Pratesi, speaker e deejay, taglia oggi il traguardo delle tre decadi di attività, un anniversario che ha raggiunto dopo aver iniziato quasi per gioco. “Per la passione per la musica. Il contatto è nato per caso, il giorno in cui al Music club, dove allora acquistavo tantissimi dischi, incontrai Mauro Brizio. Era socio di Rvl e, vedendo la mia passione, mi chiese se mi andava di provare a fare radio. Ero sotto maturità, non sapevo se fossi portato, ma l’idea mi piacque. Fissammo un appuntamento. Roberto ‘Contatti’, speaker allora di un programma rock, mi spiegò la parte tecnica e mi diede due dritte. Il giorno dopo provai. Ricordo ancora il primo disco: I’ve been thinking about you dei Londonbeat. Anni dopo mi sono ricomprato il vinile”.

Fu una delle hit dell’estate 1990 e, da allora, di canzoni ne ha passate a migliaia. “La passione è man mano diventata una professione. A quel tempo ero un po’ timido, ma dietro al microfono mi sentivo a mio agio e mi trasformavo: la radio mi ha fatto crescere. Ho iniziato parlando del genere che più ascoltavo, il rap. All’inizio mi chiamavano ‘Piero the rapper’”. Nel 1991 Pratesi fu uno dei primi a dedicarsi al rap, allora considerato di nicchia. “Tra il 1993 e il 1994, quando ero a Milano, frequentai molto la scena rap milanese, incontrando da vicino artisti e deejay. C’erano almeno tre serate fisse alla settimana nei club, al Tunnel, al Bataclan e al Beau Geste”.

Cresciuto come deejay autodidatta, Pratesi ha preso spunto dai più conosciuti professionisti. “In quegli anni ascoltavo molto, oltre a Rvl, Punto Radio 96: mi piaceva la voce Paolo Simonotti. Mi sono ispirato ai più bravi speaker dei primi network nazionali: Gianni Riso, Federico l’olandese volante, Mauro Micheloni... Ancora adesso, quando sono in vacanza, mi piace ascoltare altre radio e altri colleghi, sono curioso perché c’è sempre da imparare”.

Nel 1996 la passione si fa professione. “Quell’anno sono entrato in Rvl come socio, dal 2005 la gestisco in toto in prima persona. È una radio storica, aperta nel 1974. La prima trasmissione la feci dalla sede di Vignone, un appartamento adattato con più studi. Ora abbiamo un’altra sede a Possaccio, con una quindicina tra dipendenti e collaboratori. Trasmettiamo nel Vco, in parte del Novarese e a Varese e proponiamo notizie, musica, approfondimenti. Cerchiamo di stare al passo coi tempi. Un grosso contributo ce lo dà, come consulente per la parte audio, Alfredo Porcaro, che viene dall’esperienza dei grandi network”.

Come è cambiata la radio dal 1990 a oggi? “Tantissimo, con pregi e difetti. La legge Mammì ha cancellato le radio amatoriali, spersonalizzando le trasmissioni. Però ha professionalizzato il settore. Forse non tutti colgono questa differenza, ma oggi fare radio vuol dire gestire un’attività imprenditoriale. Se penso alla mia esperienza, sono molto soddisfatto. Se mi guardo indietro vedo i grandi passi in avanti fatti”.

Una svolta, in termini di popolarità, è forse arrivata con il calcio locale. “Nel 1997 s’era creato il vuoto di Teleradio Sole. Proponemmo un contenitore domenicale con i collegamenti dai campi, la cronaca e le interviste. È stata una bellissima esperienza, durata vent’anni, finché i tempi sono cambiati, l’interesse è calato e i risultati sono arrivati on-line sugli smartphone. Mi sono divertito molto e abbiamo avuto un ottimo riscontro”.

Oltre al calcio, a quali trasmissioni è più legato? “’Ti ricordi quando’ in cui utilizzo i dischi in vinile. Ho sempre sostenuto che la radio è musica e la musica è radio. Nei nostri palinsesti puntiamo su questo concetto. In trent’anni mi sono tolto tante soddisfazioni, in onda o come inviato. Ricordo ancora la sensazione di intervistare i miei miti, le star degli anni ’70 che ascoltavo da ragazzo”.

Qualche rimpianto? “No. Mi è spiaciuta, in questi anni, un’eccessiva rivalità tra concorrenti e la mancanza di sensibilità, ancora oggi, delle istituzioni locali verso la radio. Mi piacerebbe fare più dirette live dalle piazze, ma non dipende da noi. Qui c’è poca ricettività nei confronti di questo strumento, si pensa spesso che sia un divertimento, un contorno”.

Quale consiglio darebbe a un giovane interessato a mettersi alla prova davanti a un microfono? “Di partire pensando a coltivare una passione e a divertirsi. Poi si capisce se può diventare un lavoro”.

Come sarà la radio tra trent’anni? “Non so, spero di esserci – conclude –. Nel 1987, all’apice delle tv commerciali, ricordo che Berlusconi la dava per finita. Ma c’è ancora e penso che ci sarà anche in futuro”.

piero pratesi 2000

 

 


 

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