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VERBANIA - 22-05-2020 -- Saia è fallita.

Porta la data del 21 febbraio la sentenza con la quale la sezione civile del Tribunale di Verbania ha dichiarato il fallimento della società mista pubblico-privata che, dal 1980 e sino al 2014, nelll’allora Alto Novarese (poi nelle province di Novara e Vco), s’è occupata di acquistare, realizzare e rivendere agli imprenditori aree attrezzate per industria e artigianato.

Era questo lo scopo di Saia, acronimo di Società aree industriali ed artigianali, entità costituita dallo sforzo comune delle istituzioni (la Regione Piemonte, le province di Novara e del Vco, le relative Camere di commercio, ConSerVco, la Comunità montana Valle Ossola), delle realtà associative (l’Unione industriale del Vco, Confartigianato e Cna) e delle principali banche operanti sul territorio (in ultimo, dopo le fusioni: Intesa Sanpolo, Unicredit, Veneto Banca e Banco popolare). Fino a un certo punto Saia ha assolto il suo scopo, realizzando centinaia di capannoni. Poi, tra il 2013 e il 2014, s’è avvitata su se stessa e, con un passivo di circa 43 milioni di euro (a fronte di poco più di 6 di capitale sociale) s’è arenata.

Nel 2013, dopo le dimissioni dell’ultimo presidente designato dalla politica, Luigi Airoldi, le sorti della società erano state affidate al cda presieduto dal direttore di Finpiemonte partecipazioni (società controllata dalla Regione, socia di maggioranza relativa con il 28,59% delle quote) Bruno Mazzetta. S’era aperta la strada del concordato. Il 21 maggio 2014 il Tribunale aveva accettato la richiesta di concordato pieno liquidatorio omologato, nominando liquidatore il commercialista milanese Piero Canevelli e commissario giudiziale l’avvocato Riccardo Sappa.

Accertato lo stato passivo, costituito in larghissima parte dai debiti con le banche (le stesse che detenevano quote sociali e che nominavano propri rappresentanti nel Cda che, ai tempi d’oro, era allargato a 21 componenti) e licenziati i dipendenti, è stato stilato un piano di dismissione degli immobili di proprietà finalizzato a soddisfare i creditori privilegiati al 100%, una categoria di chirografari al 42%, e l’altra (sostanzialmente le banche) al 3%. Da allora sono passati cinque anni e quel piano non s’è compiuto. È questo il motivo per cui uno dei creditori bancari ha presentato istanza di fallimento, che il giudice delegato ha accordato ritenendo che non fosse possibile portare a termine quella previsione.

Sul piano pratico, con la nomina di Sappa a curatore fallimentare, cambia poco. Venduta la sede di piazza Matteotti a Intra, capannoni e abitazioni nel Novarese, restano da cedere all’asta le serre del Tecnoparco, poche villette a Biandrate, capannoni a Fontaneto d’Agogna e, soprattutto, la futura area industriale di Pogno, che per essere venduta a un prezzo di realizzo va urbanizzata, con necessari investimenti per i quali non c’è capitale sufficiente. La curatela, che ha può contare sul denaro sinora incassato dalle altre vendite, procederà con la liquidazione.

Già in fase di concordato a numerosi ex amministratori di Saia erano state spedite le raccomandate che, preludendo a una causa civile di risarcimento, interrompevano i termini di prescrizione. A queste missive non è stato dato seguito. Con la dichiarazione di fallimento si apre anche la possibilità che, qualora la Procura accerti fatti di rilevanza penale, si possa procedere per i reati connessi alla bancarotta, i cui termini di prescrizione -che decorrono dalla data di fallimento- sono lunghi: 10 anni.

 

 

Fallita Saia, la società che ha costruito le aree industriali dell’Alto Novarese


 

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