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VERBANIA – 04.01.2019 – Dieci giorni per decidere,

ma il dissesto è ormai a un passo. I debiti, i trasferimenti statali più che dimezzati (-65% dal 2012 al 2018) e l’impossibilità di ricorrere all’anticipazione di cassa –in sostanza di pagare stipendi e fornitori– hanno messo la Provincia con le spalle al muro. Davanti a quella che prima di Capodanno il presidente Arturo Lincio aveva definito una “morte per asfissia indotta”, l’unica soluzione che si prospetta è quella dell’eutanasia: gettare la spugna e dichiarare il default. “Una decisione è inevitabile – ha detto il presidente oggi, in chiusura del Consiglio provinciale in cui ha aggiornato la situazione insieme al sottosegretario agli Interni Stefano Candiani – e va presa in tempi rapidi”. Oltre ai 32,8 milioni di debito certificati da un consulente esterno, pesa la mancanza di liquidità in cassa. “I soldi sono finiti – ha detto uno dei due capigruppo di maggioranza Giandomenico Albertella, apertamente favorevole al dissesto –. I fornitori vengono pagati a 300 giorni e ci sono 95 famiglie di dipendenti che attendono certezze”. A proposito di questi ultimi, il presidente Lincio ha dato lettura di una richiesta di incontro avanzata dai sindacati interni all’ente: un’ulteriore spinta a chiudere la partita in tempi brevissimi”.

La questione è, prima che politica, tecnica. E non si intravedono soluzioni alternative se non quella prospettata dal sindaco di Gravellona Giovanni Morandi, capogruppo della minoranza di centrosinistra: “in questi anni abbiamo chiuso i conti con gli interventi straordinari di Regione e Stato. Pur senza soluzioni definitive, almeno siamo andati avanti. L’operazione di potrebbe ripetere”. Un’eventualità, questa, che il sottosegretario Candiani non ha scartato, rendendosi disponibile a far da mediatore con la Regione. “Ma non in un senso negativo come qualcuno ha interpretato”, ha precisato pur lasciando intendere che a Roma non sono all’orizzonte interventi risolutivi.

Sul piano politico è il classico gioco del cerino. Se da un lato sia Lincio sia il suo predecessore Stefano Costa (intervenuto al dibattito come ospite tra il pubblico), concordano che le responsabilità sono altrui, dall’altro il braccio di ferro è stabilire di chi sia maggiore la colpa. Dello Stato sicuramente – ed è un dato oggettivo –, perché dal 2012, cioè dai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, s’è sempre solo tagliato, con l’incompiuta (causa fallimento del referendum costituzionale) riforma Delrio che ha fatto il resto. Ma anche della Regione perché disattende la richiesta di restituire i 16 milioni di euro di canoni idrici versati per le concessioni idroelettriche del Vco e trattenuti a Torino. Su questa tesi è schierata in prima fila – anche per evidenti ragioni elettorali, dato che a maggio si vota il nuovo governatore del Piemonte – la Lega, il partito del sottosegretario Candiani. Di parere opposto, e in aula Costa e Morandi hanno abbozzato una difesa d’ufficio, le minoranze, comunque spiazzate di fronte all’ipotesi di dissesto, che hanno sempre respinto in questi anni. “E non per partito preso – ha rimarcato Morandi –, ma perché a perderci sarebbero i fornitori e, quindi, le aziende locali”.

Senza voler forzare la mano, il sottosegretario Candiani s’è riservato solo una raccomandazione: decidere in fretta. Ciò che accadrà dopo (e se) ci sarà il dissesto, l’ha spiegato con chiarezza: subentrerà nella gestione finanziaria dell’ente un comitato di tre commissari prefettizi che liquiderà i creditori come in un fallimento aziendale (con verosimili larghe svalutazioni) e che –unica nota positiva– potrà attingere a un fondo speciale di circa 3 milioni.

 

 

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