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VERBANIA – 23.12.2018 – Nessuno sconto

e maxicondanna confermata. Dopo la Corte d’Appello di Torino, anche la Cassazione ha respinto i ricorsi di Emiliano Diglaudi e Anna Cena, la coppia di 47enni che nel corso del 2014 era stata protagonista di una lunga serie di furti e tentati furti ai danni di anziane del Verbano Cusio Ossola. Questa sorta di “Bonnie & Clyde” della truffa residenti nel Torinese si presentavano a casa di ignare vecchiette, le abbordavano con una scusa e, carpendone la buona fede, si facevano invitare ad entrare. Una volta nell’appartamento, distraevano la padrona di casa sottraendole denaro e gioielli prima di dileguarsi. Il copione aveva funzionato diverse volte finché, il 23 ottobre del 2014, una vittima raggirata a Domodossola non aveva avuto l’accortezza e il tempismo di allertare immediatamente le forze dell’ordine, fornendo le indicazioni dell’auto –una Fiat Punto– a bordo della quale i due ladri s’erano allontanati. I carabinieri avevano organizzato un posto di blocco alla Barriera del Lago Maggiore dell’A26, che i due avevano cercato di forzare. Nello speronare la gazzella, Cena s'era ferita, così come due militari. Quel giorno la coppia fu arrestata. Nel giudizio per direttissima tenutosi nei mesi successivi al tribunale di Verbania Diglaudi e Cena erano stati condannati, con sentenza confermata in Appello e diventata irrevocabile il 13 ottobre 2015.

Nel frattempo, però, partendo dall’arresto e dalle prove rinvenute (in particolare i cellulari che si trovavano nella vettura), le indagini avevano portato i carabinieri ad attribuire loro altri 12 furti e un tentato furto commessi sul territorio provinciale in epoca antecedente. Nel secondo processo le difese degli imputati avevano cercato di smontare le accuse contestando il riconoscimento fotografico effettuato dalle vittime, persone molto anziane e dalla memoria labile. Ripetuto in tribunale e di persona (accanto a due controfigure), il riconoscimento aveva dato esito positivo, corroborando il quadro probatorio. Il resto l'avevano fatto il collegamento coi tabulati telefonici e il modus operandi dei singoli "colpi". Per questo la condanna era stata esemplare. Per i 12 furti e il tentato furto della seconda tranche, riconosciuti in continuazione con la prima sentenza, e calcolando –oltre ai precedenti, come una condanna definitiva per fatti analoghi in Canton Ticino– le aggravanti della minore difesa delle vittime (in 10 episodi) e dell’ingente valore della refurtiva (in uno), il giudice Raffaella Zappatini aveva affibbiato loro 10 anni e 3.000 euro di multa a testa, assegnando a tre parti civili costituite risarcimenti provvisionali per complessivi 65.000 euro. La pena era stata superiore anche agli 8 anni e 3.000 euro di multa chiesti dal pm Anna Maria Rossi.

Sia in Appello, sia in Cassazione, i difensori di Cena e Diglaudi hanno cercato di far cadere le aggravanti e di ridurre la pena. Ma in entrambi i casi i giudici hanno rigettato tutte le eccezioni. La Suprema Corte l’ha fatto il 7 novembre. La sentenza, pubblicata in questi giorni, conferma in via definitiva la pena finale di 10 anni ciascuno.

 

 

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