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VERBANIA – 05.11.2018 – La sentenza di primo grado 

arriverà il 17 dicembre, poco prima di Natale e a più di cinque anni e mezzo dai fatti contestati. Prima, però, ci sarà un’altra udienza il 26 novembre e verranno sentiti gli ultimi testimoni, operai forestali chiamati a raccontare se e quale/i dipendenti regionali frequentassero il parco di Villa San Remigio. A chiederne l’audizione è stato l’avvocato Riccardo Lanzo, il legale che difende Claudio Suman, autista in servizio alla Regione, uno dei due imputati –l’altra è Daniela Sana, del settore Urbanistica– del procedimento penale in cui sono accusati d’assenteismo, di truffa aggravata per essere risultati presenti al lavoro mentre in realtà erano fuori. L’indagine dei cosiddetti “furbetti” del cartellino s’era aperta nel 2013 su denuncia di una collega, che alla Guardia di finanza aveva detto che alcuni impiegati della sede decentrata di Villa San Remigio timbravano l’uno per l’altro. Le Fiamme Gialle misero telecamere in sede e gps nei veicoli, seguirono gli spostamenti dei sospetti, arrivando a chiedere il rinvio giudizio per sei. Oltre ai due che hanno scelto il dibattimento, furono coinvolti Dino Caretti, Delia Gagliardi, Maria Grazia Bacchetta e una sua congiunta. Quest’ultima è stata assolta dal gup in un procedimento con rito abbreviato, Bacchetta ha sostenuto la messa alla prova, Caretti e Gagliardi (nel frattempo pensionati) hanno patteggiato rispettivamente 10 e 16 mesi.

Delle posizioni ancora aperte, quella di Suman è la più controversa. Mentre per Sana che, difesa dagli avvocati Marco Ferrero e Marisa Zariani, ha scelto di rilasciare spontanee dichiarazioni leggendo oggi il documento in cui ha fornito le sue risposte agli addebiti contestati (ritardi coperti da permessi, uscite temporanee per spostare l’auto o darla alla figlia, periodi passati nell’archivio del seminterrato…), le contestazioni sono chiare e riferite al suo lavoro, per Suman non è così. “L’autista è fatto per guidare”, ha detto al giudice Raffaella Zappatini l’allora dirigente ad interim del settore, che ha spiegato come lo status dell’imputato non prevedesse una postazione di lavoro (niente scrivania, telefono fisso o pc), né che ci fosse un mansionario. Nella settimana in cui era a servizio di un assessore –all’epoca il biellese Gilberto Pichetto, ex vicepresidente della Regione– stava a Torino e lo seguiva ovunque. In quella successiva era assegnato a Villa San Remigio “a tutto il complesso – ha precisato il dirigente – non solo agli uffici” e doveva restare “a disposizione”. Che cosa significhi “a disposizione”, al di là delle piccole commissioni, non s’è capito con esattezza, perché alle domande del pm Anna Maria Rossi, che l’ha incalzato domandandogli che cosa fosse autorizzato a fare (o meno) l’autista, il dirigente prima ha detto che poteva anche stare fuori sede purché reperibile, dichiarando poi che nessun dipendente poteva strisciare il badge per altri. “Lo fece Gagliardi, ma a mia insaputa perché non l’ho mai autorizzata”, ha risposto l’imputato, che s’è difeso dicendo d’aver sempre lavorato più dell’orario stabilito e che non aveva bisogno di “aggiustare” le timbrature. “Lei era la mia referente (circostanza confermata da due testimoni, ndr): se ero fuori le telefonavo dicendole di comunicare a Torino che la mia giornata era finita. Doveva mandare un fax, non ‘strisciare’ la scheda, che lei aveva solo perché, non avendo io una postazione, la lasciavo in un cassetto della sua scrivania”.

Che il sistema non funzionasse è confermato, oltre che dalle dichiarazioni rese oggi dai funzionari regionali, dall’attuale organizzazione. Da allora l’orario di lavoro di Suman (e degli altri autisti) prevede una settimana appresso all’assessore di riferimento e una a casa.

 

 

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