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calze

VERBANIA - 28.10.2018 - Che la città di Verbania

abbia dato un contributo fondamentale al costume delle donne italiane è storia. Anche se è solo un frammento di storia minore, di quelli che non meritano la maiuscola ma che cambiano la vita... e l'economia. L'economia di una città, quella di un Paese. Come le calze e le sottovesti in nylon: la seta dei poveri, che esplode in un'Italia dove le macerie della Guerra sono ancora calde. E lo stabilimento di Pallanza, che per primo in Italia produrrà il nylon (anzi, il nailon) diventa simbolo della rinascita industriale della città. Le donne italiane, che avevano preso le prime calze "artificiali" dalle mani dei soldati americani durante la Liberazione, indossano calze “Nailon Rhodiatoce – Scala d'Oro” (filo Rhodiatoce, confezione mantovana) mentre la fabbrica di viale Azari dà impiego a migliaia di persone, e tante sono donne, centinaia le "filatrici" della fibra che è simbolo stesso della modernità. Poi la storia cambia verso, la Rhodiatoce diventata Montecatini negli anni '70, un decennio dopo assistiamo all'inizio della deindustralizzazione, ai tagli di migliaia di posti di lavoro sino al passaggio, nell'89, ad Acetati. A Pallanza non si produce più nylon, ma acetato di cellulosa. E mentre l'epopea industriale finisce negli scaffali del mito operaio della città, il 31 dicembre del 2010 le produzioni cessano. In attesa di un nuovo capitolo. vari marchi
Quella che non è ancora finita è invece la storia del nylon, la fibra artificiale che giusto 80 anni fa cominciava ad essere commercializzata e che oggi ritroviamo ovunque: dalle scarpe da tennis ai cd.   
Siamo nella metà degli anni '30, negli Stati Uniti diversi scienziati di DuPont Chemicals guidati da Wallace Carothers mettono a punto il prototipo di un polimero noto come "fibra 6-6". Combinando l'esametilendiammina, una sostanza cristallina che si lega facilmente agli acidi, i ricercatori mettono a punto una miscela che poi riducono in fili usando un processo chiamato "disegno a freddo".
Trascorrono solo tre anni, siamo nel '38, gli impianti di produzione DuPont sono già in grado di far girare annualmente fino a 12 miliardi di dollari. L'azienda inizialmente testa il nylon con gli spazzolini da denti, solo successivamente si concentra sul mercato delle calze da donna. Il successo è immediato, gli scaffali vengono presi d'assalto, la seta, ripetiamo, era davvero troppo cara per essere alla portatata delle gambe di casalinghe e segretarie. Con l'ingresso degli States nella Seconda Guerra mondiale DuPont è però costretta a spostare quasi tutta la sua produzione di nylon alle forze armate che usano il materiale per tutto, dai paracadute alle zanzariere.
Ma la "moda" ormai s'è imposta in un crescendo inarrestabile. Resta nella memoria ciò che accadde a Pittsburgh in occasione del "black friday" del 1945, quando 40.000 donne si misero in coda per cercare di impadronirsi del loro sospirato paio di calze.
Oggi le calze sono molto più sofisticate di un tempo, e ben poco assomigliano a quelle delle origini, ma il nylon come materiale pervade la nostra vita. Spazzolini da denti e spazzole per ogni uso (dalla pulizia del water al districamento dei capelli), ombrelli, lenze, giacche a vento, tende da campeggio, guanti, guinzagli e collari per cani, aquiloni. E poi corde per strumenti musicali e plettri, giocattoli, attrezzi sportivi e persino protesi mediche. L'elenco degli usi del nylon potrebbe essere assai più lungo, ma il fatto è che la sua produzione non riguarda più i verbanesi, se non come consumatori, prossimi utenti di un nuovo centro commerciale.

Antonella Durazzo

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