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res patrizia

VERBANIA – 04.10.2018 – Sono passati sei anni

dalla dichiarazione di fallimento, eppure le vicende della Residenza Patrizia di Cannobio non sono ancora finite. E non solo perché il complesso turistico realizzato a inizio anni Duemila è tuttora invenduto e giace tra i beni sottoposti ad asta fallimentare, ma anche per i vari procedimenti penali scaturiti da quel crac immobiliare da 16 milioni. Quello principale, per bancarotta fraudolenta, ha visto condannati in primo grado l’imprenditore Marco Marzano (3 anni e 3 mesi), il consulente Paolo Tedino (4 anni e 6 mesi) e il manager – sedicente avvocato – napoletano Raffaele Azzato (3 anni e 4 mesi). Quest’ultimo, tuttavia, è sottoposto ad altri due procedimenti penali che si stanno definendo in questi giorni al Tribunale di Verbania. Il primo s’è chiuso oggi con una sentenza assolutoria del giudice Raffaella Zappatini, che ha dichiarato non sussistente l’accusa di calunnia che la Procura contestava ad Azzato e all’ex moglie Flavia. I due nel 2011, nei periodi immediatamente antecedenti la dichiarazione di fallimento, erano gli amministratori della società che gestiva la struttura turistico-ricettiva dalla quale riscontrarono, a loro dire, un ammanco di cassa consistente, pari a una cifra compresa tra 100.000 e 200.000 euro, che denunciarono alla magistratura. Nel depositare la querela, avanzarono sospetti sul direttore di Residenza Patrizia, che fu scagionato da ogni accusa. Questa comunicazione all’autorità giudiziaria fu un boomerang per gli Azzato, indagati e rinviati a giudizio per calunnia. Nell’ultima udienza, prevista per oggi, per la seconda volta consecutiva l’imputato ha chiesto un rinvio per legittimo impedimento dal momento che sarebbe convalescente dopo un taglio al dito medio della mano sinistra. La documentazione medica presentata è stata rigettata dal giudice, che ha concluso il dibattimento e invitato le parti alla discussione. Il pm Anna Maria Rossi ha molto puntato su questi rinvii fittizi e sull’atteggiamento avuto in fase processuale per tratteggiare una certa personalità di Azzato, del quale ha chiesto la condanna a 2 anni e 6 mesi, invitando il giudice a mandare assolta l’ex moglie. Il difensore di quest’ultima, l’avvocato Massimiliano Meda, ha sostenuto la tesi dell’inconsapevolezza delle accuse. In effetti c’era un ammanco di cassa – ha sostenuto per Raffaele Azzato l’avvocato Clarissa Tacchini – e lui s’è tutelato presentando una denuncia, senza l’intenzione di accusare altri sapendoli innocente. Tesi, queste, sposate dal giudice che li ha assolti entrambi.

Raffaele, tuttavia, deve anche rispondere di truffa aggravata per essersi fatto pagare 120.000 euro di mobili della Residenza Patrizia che sosteneva fossero suoi ma che secondo la Procura erano della società e, quindi, della curatela. Questa asserita proprietà è considerata il raggiro che ha determinato la truffa, per la quale il pm Rossi ha chiesto 2 anni, 6 mesi e 1.000 euro di multa. Il giudice ha aggiornato il processo per repliche e sentenza a giovedì prossimo.

 

 

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