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tribunale 17

VERBANIA – 02.10.2018 – Conferme, ammissioni e accuse.

Con la testimonianza del primo dei co-indagati è entrato oggi nel vivo il processo per bancarotta fraudolenta successivo al fallimento dell’Ossolana, che vede al dibattimento Luigi Morelli e Giuseppe Nasini e, in attesa dell’udienza preliminare, Gian Luca e Pier Paolo Morelli, Cesare Boni e Vincenzo Grossi. Tutti sono stati amministratori della società verbanese di manutenzioni industriali dichiarata fallita il 23 settembre 2015. Secondo la Procura il dissesto fu provocato da loro, soprattutto truccando i bilanci e sottraendo soldi per fini personali.

Le indagini condotte dalla Guardia di finanza e coordinate dal sostituto procuratore Gianluca Periani hanno individuato come figure centrali del crac i tre soci: Nasini e i fratelli Morelli. Dopo il finanziere che svolse le indagini, oggi il collegio presieduto dal giudice Donatella Banci Buonamici (giudici a latere Rosa Maria Fornelli ed Elisabetta Ferrario) ha terminato di ascoltare il curatore fallimentare Francesco Roman. E, soprattutto, ha ascoltato il racconto di Pier Paolo Morelli, che ha rinunciato alla facoltà di non rispondere e che, di fronte ai quesiti del pm e del legale della parte civile Patrich Rabaini, ha ammesso in parte gli addebiti e le proprie responsabilità, ma anche scaricandone molte su Nasini. Secondo Morelli era lui, anche dopo che erano state nominate come “teste di legno” Boni e Grossi, il vero amministratore: gestiva il personale e i pagamenti, i rapporti con le banche e si interfacciava con la responsabile della contabilità. Ed era lui che, tramite una sua società (la Piping Service), forniva Ossolana del materiale per le manutenzioni “a un prezzo superiore a quello di mercato” – ha detto, fornendo anche documenti e e-mail non acquisiti agli atti che ha conservato temendo che il socio addossasse a lui e ai familiari le colpe –, disponendone il pagamento prima degli altri fornitori.

I bilanci truccati

Una delle accuse più pesanti è quella di aver falsificato i bilanci 2011, 2012 e 2013 con operazioni che Roman ha definito di “ingegneria contabile”. Operazioni che Morelli ha ammesso di conoscere (anche se non nel dettaglio) e di aver approvato, ma che erano state concordate da Nasini col commercialista domese Paolo Peruzzo, da lui caldeggiato dopo la rottura con il precedente professionista e con il collegio sindacale. Peruzzo è stato chiamato più volte in causa, anche come colui che aveva presentato ai soci Boni, scelto come "fantoccio" (poi sostituito da Grossi) per evitare responsabilità ai veri amministratori. Il pm Periani ha rivelato che il commercialista è indagato in un procedimento parallelo.

I prelievi ingiustificati

Nei bilanci di Ossolana non c’è riscontro per centinaia di migliaia di euro di prelievi effettuati dai soci in banca o per bonifici sui loro conti correnti; Morelli li ha giustificati al 70% con la necessità di avere contanti per la cassa dei cantieri e al 30% per spese personali o di altre società di sua proprietà in difficoltà.

Finte assunzioni e finte consulenze

Le mogli dei tre soci risultavano assunte da Ossolana, percepivano lo stipendio ma non lavoravano. “L’abbiamo fatto per questioni fiscali, per risparmiare sui nostri stipendi: Nasini sin dall’inizio, Gian Luca più tardi e io solo per tre mesi”, ha detto. Anche il padre Luigi percepiva mensilmente una certa somma – fatturata – di consulenze inesistenti. “Faceva qualcosa – ha spiegato – ma sicuramente non per l’importo che gli veniva corrisposto”.

L’esame di Morelli non s’è concluso ed è stato aggiornato a martedì prossimo, quando saranno sentiti anche il fratello Gian Luca, Boni e Grossi. Tutti questi sono testimoni che rendono le proprie dichiarazioni da imputati per gli stessi fatti e dei quali il Tribunale deve valutare l’attendibilità. Dopodiché toccherà ai testi della difesa.

 

 

 

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