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v banca

TREVISO - 30-04-2023 -- Nessuna responsabilità, nessun risarcimento. Se, sul piano penale, in diversi tribunali (Treviso, Padova, ma anche Verbania) s’è consolidata l’interpretazione che esclude la responsabilità dei funzionari di banca nei confronti di quei risparmiatori di Veneto Banca che hanno visto andare in fumo centinaia di milioni di euro investiti in azioni dell’istituto di credito, sul piano civile c’era ancora incertezza. L’ha spazzata via il tribunale di Treviso che, con una sentenza che farà giurisprudenza, ha respinto la richiesta di risarcimento di una donna che aveva perso 98.000 euro. Nel 2013, ricevuta un’eredità, s’era rivolta alla sua banca, l’ex popolare, per tutelare quella somma. Aveva parlato con un funzionario che le aveva proposto l’acquisto di azioni dell’istituto. Lei, casalinga con un diploma di terza media e nessuna conoscenza finanziaria, aveva accettato. Credeva di mettere al sicuro il denaro, ma in realtà stava acquistando quote di una società non quotata in borsa (e, quindi, titoli illiquidi), il cui valore -come appurato negli anni successivi- era sovrastimato. Già non molto tempo dopo quell’investimento provò a uscirne, ma non venne accontentata. Insistette perché aveva bisogno di una parte di quel denaro per spese personali. Le diedero 30.000 euro senza che lei sapesse -così ha dichiarato- che si trattasse di una linea di credito aperta su un nuovo conto e garantita dal valore nominale delle azioni. Quando, nel 2017, la banca fu messa in liquidazione coatta amministrativa, come tutti gli altri azionisti perse l’intero capitale, maturando il debito di 30.000 euro.

Per questo motivo s’è rivolta alla giustizia civile e, non potendo citare la banca, ha cercato di rivalersi sul funzionario che le consigliò l’investimento. Che, ha stabilito il giudice, non è chiamato a risarcire, non rivestendo un ruolo apicale: “era un semplice impiegato incaricato di seguire i clienti privati nei propri investimenti su direttiva e controllo dell’istituto bancario stesso”. La colpa, quindi, sarebbe solo della banca, che aveva “gli obblighi di protezione ed informazione”. Peraltro, nella causa, non è stata portata prova dalla risparmiatrice che il bancario fosse a conoscenza che il titolo era sovrastimato e che la banca fosse in difficoltà.

Dal crac dell’istituto di Montebelluna in poi, nei numerosi fronti aperti con la giustizia, è emerso chiaramente come fosse stato architettato un sistema per cui le filiali avrebbero dovuto convogliare i risparmi dei clienti nell’acquisto di azioni della banca, con lo scopo di consolidare il capitale sociale, insufficiente a coprire la svalutazione dei crediti, alcuni dei quali concessi troppo generosamente. Una manovra eticamente scorretta verso i clienti, che non venivano consigliati al meglio per i loro interessi, ma non rilevante sotto il profilo della responsabilità, perlomeno per gli ultimi soggetti della catena: i venditori.

 


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