VERBANIA - 09-03-2023 -- È stato un disguido, una situazione ingarbugliata che, per oggettivi problemi di comunicazione, è sfociata in una baruffa e in un procedimento penale. La mattina del 13 dicembre del 2019 la polizia locale del servizio associato Vogogna-Premosello-Ornavasso fu chiamata al centro Sprar di Vogogna, struttura per il reinserimento dei richiedenti asilo riconosciuti come tali calle autorità. I vigili dovevano notificare un atto, un ordine di allontanamento firmato dal sindaco, a un 23enne del Gambia. Una volta entrati si trovarono nel mezzo di una situazione tesa. Il giovane africano stava trattenendo a sé un computer che assistente sociale e personale della cooperativa gli chiedevano indietro. Insisteva d’essere creditore verso la coop per il denaro con cui acquistare il biglietto del bus (il profugo, che oggi vive a Verbania, già allora era impiegato nel capoluogo), indispensabile per recarsi sul posto di lavoro e non voleva desistere.
Il gambiano, che fatica ancora oggi a parlare correntemente l’italiano e che provò a esprimersi in inglese, non comprese ciò che gli agenti gli stavano dicendo. Lo invitavano a calmarlo e a seguirli per chiarire il dissidio in un altro luogo, più appartato. Lui, deciso a lasciare quel luogo, fece per imboccare la porta e, trovandosi parato davanti un agente, sbracciò per spingerlo. Nel compiere questa azione lo afferrò per la cintola, toccando il calcio della pistola chiusa nella fondina. Il vigile, temendo d’essere disarmato, spaventato si fece aiutare dal collega e lo ammanettò, chiamando poi i carabinieri.
Da quel parapiglia è nato il procedimento penale che ha visto il gambiano a giudizio per resistenza. Chiamati a raccontare quella mattinata movimentata, due vigili hanno detto d’essere certi che il suo intento non era quello di disarmare l’agente. Questo fatto, unito al dubbio che non fosse chiaro all’africano che i vigili stessero compiendo un atto del loro ufficio, ha portato il pm Rosanna Zema a chiedere l’assoluzione con la formula dubitativa.
Il giudice Ines Carabetta l’ha ritenuto non colpevole ma, come chiesto dall’avvocato difensore Marco Garzulino, con formula piena: il fatto non sussiste.


