VERBANIA - 15-02-2023 -- Il fatto non sussiste. Più che la denuncia e la testimonianza della madre, il giudice ha ritenuto attendibile la tesi della difesa e di altri testi, assolvendolo dal reato di maltrattamenti in famiglia, per il quale il pm aveva chiesto due anni di condanna.
È questo l’epilogo della vicenda giudiziaria di un 29enne residente nel Verbano, mandato a processo per gli insulti, le minacce e le violenze fisiche che avrebbe portato, tra l’aprile e il giugno del 2021, alla madre di 64 anni. La cornice è un contesto familiare particolarmente difficile, con rapporti pessimi tra genitore e figlio, dovuti anche alla disgrazia del padre, che s’è tolto la vita.
Insulti, minacce, uno schiaffo, un pugno nello stomaco sono i comportamenti contestati, riferiti a diverse giornate racchiuse in un periodo di tre mesi. Per la Procura erano sufficienti per accusarlo di maltrattamenti, contestazione che gli era costata -in fase di indagini- un provvedimento di divieto di avvicinamento concesso dal giudice. La madre, che non s’è costituita parte civile, ha spiegato in aula di essersi decisa a denunciare episodi che già erano accaduti e che non aveva in precedenza segnalato, nemmeno al pronto soccorso dove aveva detto d’essersi fatta male cadendo, per non creargli problemi ma che, alla fine, s’era decisa quando i comportamenti s’erano aggravati.
Per il pm Anna Maria Rossi il racconto della parte offesa è stato credibile e non possono valere come giustificazione gli eventuali comportamenti eticamente criticabili della madre. Al contrario la difesa ha sostenuto che le contestazioni sono singoli episodi e non si configurano come costanti e ripetuti, come prevede il codice penale, e che le provocazioni della madre -che avrebbe augurato al figlio di fare la fine del padre- ne hanno determinato le reazioni aggressive. Quanto alle violenze fisiche – ha sottolineato – non hanno avuto testimoni diretti.


